Dal cielo una bianca Rivoluzione… con le uova degli angeli!

angelo della neveLa neve aveva fatto questo miracolo, nel giro di poco tempo aveva rallentato la piacevole corsa al consumo, di tutti. Nella via municipale del centro storico, nel cuore della città, taxisti, portalettere in bicicletta, commercianti con i loro furgoncini carichi di merce, bariste col grembiulino allacciato alla vita e vassoi di caffè e cioccolata fumante in mano, perfino i nasi dei burocrati incollati ai vetri appannati dei vecchi palazzi, tutti si erano adeguati al lento cadenzato dei fiocchi che venivano giù; anche nello sguardo severo del vigile si era insinuato un sorriso.

Il candore della neve offuscava il luccichio delle vetrine illuminate, il bisbiglio dei fiocchi sospendeva il rumore del traffico, la vita di tutti era cambiata e la neve li aveva costretti a fare attenzione a ogni passo, a pensare a ogni movimento, forse a riflettere su qualche cosa; una vera rivoluzione, accompagnata

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anni ’70, una Rivoluzione mancata.

pasoliniNel suo nuovo romanzo, “Le uova degli angeli” (edizioni del gattaccio, 2012) in cui  si racconta una storia vera – la sua – l’autore ci riporta agli anni ’70. I suoi ricordi si srotolano, pagina dopo pagina, dando vita a un romanzo intenso e coinvolgente. La storia a cui siamo invitati a prender parte è quella di una generazione che ancor oggi non puoi mancare di origliare nelle canzoni, nelle mode e nei conflitti sociali e politici con cui tuttora facciamo i conti.

E’ un racconto che si legge di corsa, per paura che qualcuno o qualcosa ti venga a distogliere, ma che poi vorrai rileggere ancora, per riviverne l’aria, il sapore, l’odore dei luoghi, di ciò che succede, di quello che si muove, nell’intorno e dentro a quel ragazzo, che si racconta come in un film.

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“Le uova degli angeli”, il mio libro sugli anni ’70

giostraIl mio libro naturalmente non vuole essere una testimonianza storica di quel periodo, perché la mia è una testimonianza ovviamente parziale, con tutti i limiti e gli approcci di una storia personale oltretutto svoltasi in una certa parte dell’Italia; è il racconto di un ragazzo che è stato trascinato dentro quella grande onda che agitava il mare di quegli anni, tra alte e basse maree, naufragi e giornate radiose, mentre sappiamo che lo storico quel mare non lo attraversa ma si siede comodamente sullo scoglio e osserva quello che è successo. Quindi è stato più un desiderio di far transitare la conoscenza di un certo spirito giovanile di quegli anni, di voler restituire lo spirito di quel tempo, di un’epoca in cui è stato fin troppo facile credere ai sogni e alle cose belle. La vita è quella cosa che ti succede mentre sei impegnato in altre vicende, diceva John Lennon.

Forse il mio libro andrebbe letto come una piccola storia dentro una narrazione molto più grande, seppur parallela, ovvero l’esperienza personale di un quindicenne, con tutti i suoi dubbi e la sua inconsapevolezza, catapultata dentro la Storia, quella con la esse maiuscola, che invece pullulava di certezze e di consapevolezza; è il racconto di un ragazzino ancora avvolto e intiepidito dai sogni confusi e protettivi dell’adolescenza, finito dentro un’ondata rivoluzionaria che in quegli anni trascinava tutto e tutti nella sua concretezza e realtà, come un grande contenitore dove precipitavano tutti gli umori, le idee, i comportamenti dei giovani d’allora. Il libro quindi parla di quella grande effervescenza collettiva, di una grande stagione politica irripetibile, in cui il desiderio di cambiamento era grande e talmente diffuso da ridurre bruscamente la contrapposizione tra illuminati e la massa. Un’epoca contrassegnata da una forte mobilitazione di massa che a differenza del ’68 non prevedeva al suo interno nessuna forma di gerarchia, non prevedeva capi e capetti; nei primi anni ’70 furono i quindicenni, i sedicenni degli istituti tecnici (elettromeccanici, periti, ragionieri, geometri) a guidare la ribellione, ragazzi che provenivano dal mondo operaio, artigianale e contadino. Il protagonista di questo libro è un ragazzino di quindici anni che appartiene a quel mondo, e che dal quieto vivere di un paese di provincia, dalla parrocchia al campino di calcio, le corse spensierate in bicicletta lungo il fiume, l’andare a pesca col nonno nella sua barchetta di legno, si ritrova in uno di questi istituti dove già dal primo giorno di scuola comincia a capire che aria tira, a capire che più di aria qui si parla di vento, e di quello forte; comincia a farsi un’idea di cosa sia la protesta, cosa sia la giustizia sociale, cosa sia il movimento operaio, comincia a capire le parole d’ordine e gli slogan di quel movimento così estremo… lui che non aveva ancora capito cosa fosse l’altro sesso, ma neanche il suo a pensarci bene

libertà

dany nipoti cetinale 010Tra tanti concetti che riteniamo scontati e digeriti proprio da tutti, credo ci sia anche quello di “libertà”. Noi che non abbiamo conosciuto l’orrore del fascismo e della guerra, riteniamo probabilmente di sapere ogni cosa sulla libertà. Abbiamo ritrovato questa parola nei libri delle nostre scuole e in tutte le letture della nostra giovinezza. Nel suo nome abbiamo innalzato le nostre bandiere. Abbiamo urlato il suo nome nelle manifestazioni, invocandola soprattutto per tanti fratelli e compagni, donne e uomini di tutto il mondo, meno fortunati di noi proprio perché nelle loro terre questa parola è sconosciuta o calpestata. Ma il concetto di libertà è meno banale di quello che si pensi e la sua interpretazione è maggiormente complessa, più sfaccettata di quanto sembri.
Era solo un sospetto quello che avevo, ma ne ho avuto piena consapevolezza appena ho letto la narrazione di Toni Carli. Scorrendo le sue pagine, serene e aspre allo stesso momento, e riconoscendovi una estrema lucidità, ho compreso quanto ancora mi sfuggiva.
 Mauro Civai, esperto di arte e letteratura, direttore del museo civico e uomo che da decenni conosce tutto di Siena e del suo mondo culturale.      le uova degli angeli

“la penna è la lingua dell’anima”

piccioniGeorge Orwell suggeriva 4 motivi per smettere di scrivere, o continuare a farlo!

Il primo lo definiva “Puro egoismo”, ovvero il desiderio di farsi riconoscere, di far parlare di sé, di apparire intelligenti e di essere ricordati dopo la morte. Un motivo forte, ed è ipocrita fingere che non lo sia.

Il secondo lo chiamava “Entusiasmo estetico”, nel senso di dare importanza alla bellezza delle parole e alla loro costruzione, alla giusta disposizione delle frasi e alla loro efficacia. Un lavoro artigianale, certosino, votato alla percezione della bellezza del mondo; come farlo, se non con le parole?

Il terzo è “L’impulso storico”, cioè il desiderio di vedere le cose come stanno, di portare alla luce dati di fatto veri e conservarli a beneficio della posterità. Il mondo è di per sé molto complesso e variegato; per questo chi scrive dev’essere ancor più attento e abile nel rappresentarlo; questo è già in sé un atto rivoluzionario.

Il quarto e ultimo motivo è lo “Scopo politico”, ovvero il desiderio di cambiare il mondo modificando la sbagliata concezione di un tipo di società che altri individui detengono.“Nessun libro è autenticamente privo di orientamento politico. L’opinione che l’arte non debba avere nulla a che fare con la politica è essa stessa una posizione politica”. E se lo diceva lui!

Che poi il mio libro sia anche politico, come molti hanno detto, non sta a me giudicare… e tutto sommato poco importa!

www.leuovadegliangeli.it