Il cielo nell’acqua, di Toni Carli (ed. del Gattaccio 2017)

Incipit: Quel giorno si svegliò con la voglia di farsi un giro in città. Alle sette del mattino, anticipando di un secondo la suoneria della sveglia, e chiedendosi a cosa gli servisse metterla tutte le sere, si alzò dal letto e a grandi passi puntò la porta del bagno

Pag 15: Il cielo diventava una tela di colori diffusi, caldi e immobili, increspata solo dal canto degli uccelli, e dovunque i fiori si chiudevano e dormivano sognanti in attesa di un nuovo giorno. Riusciva a sentire l’odore del fiume che scorreva lì vicino, un fiume non molto largo, circa una dozzina di metri o poco più.

Pag 19: Se gli andava, qualche volta le tagliava un po’ di trifoglio, lo faceva appassire per una notte e poi glielo allungava in un cesto, per attrarla allo steccato. Così le si avvicinava, parlandole, sforzandosi di dirle che alla fine la vita 

degli animali non è poi così tanto brutta. Lei lo ascoltava con pazienza, con quegli occhi da bramino, placidi e umidi globi privi di pupilla. Quando le toglieva il cesto da sotto il naso, il muso ciondolante continuava

 a masticare sprofondato nella sorpresa.

 A prima vista poteva sembrare una bella mucca, ancora in salute. Bisognava guardarla per bene per capire che di latte se ne mungeva ben poco. Ogni tanto si spostava, sbuffando; lui la osservava, si vedeva rispecchiato in quell’enorme sguardo indolente; sembrava un bambino che guarda un pesciolino nella boccia. Si fanno compagnia.

Pag 29: Il sole del mattino diffondeva una luce calda e l’acqua brillava di riflessi argentati, un firmamento di stelle scintillanti, i pesci guizzavano e il canneto ondeggiava al vento. L’uomo aveva capito. Si tuffò e sparì sott’acqua. Forse per sempre, ma questo la canzone non lo dice.

Pag 41: Il vagare dei ricordi si arrestò esattamente nel momento in cui vide due miseri alberi alleggeriti dai primi germogli. Due alberi solitari che piantonavano un largo cancello in ferro e davano un vago senso di allegria. Su queste strade grigie, riempite di macchine e di rumori, la primavera si aggrappa come può ai rami di questi alberi sopravvissuti, come un bel regalo, una tristezza buona. E poi c’era il bimbetto, il gelato in una mano e l’altra a tirargli il giaccone.

Pag 55: La giornata era stata intensa, straordinaria, e tutto doveva ancora iniziare. Il tempo per organizzarsi era stato poco, meno di poco; ma forse i viaggi che riescono meglio sono proprio quelli che non si fa in tempo a preparare, quelli che s’improvvisano lasciando a casa la zavorra delle solite cose, di inutili bagagli.

Pag 56: Lo fissò ben bene nella memoria e infine girò la testa in tutte le direzioni. Diede un’ultima occhiata alla mappa, non tanto per orientarsi, ma per immaginare il viaggio prima del distacco. Le mappe a quello servono, a sognare alla vigilia di una partenza.

Per la prima volta si accorse dello zaino che portava sulle spalle, non un gran peso, ma un peso diverso. Lì cominciava la sua avventura, il suo viaggio, senza un’idea chiara degli ostacoli e di un percorso, un salto nel vuoto con annessi imprevisti. La libertà è non sapere cosa accadrà domani.

Pag 63: Se ne stava con lo sguardo all’insù, semplicemente guardando il cielo, la sua infinita estensione. Ascoltava il vuoto intorno, riempito da voci invisibili, suoni misteriosi, antichi. Nel nostro mondo pieno di rumori se ne sono perse le tracce, e di quante voci può avere il silenzio abbiamo perso il conto.

Pag 66: Nuvoloni grigi, veloci davanti al vento, si sfaldavano srotolandosi sopra la sua testa; allontanandosi, prendevano una sfumatura color lavanda, scintillanti lungo gli orli, rendendo più luminosi i brandelli di cielo azzurro, laghi in mezzo a un bosco. Non appena vide il cielo ripulirsi e l’azzurro farsi lentamente largo tra gli ultimi rimasugli di nuvole, rimise tutto a posto e riprese il cammino. Il bosco sfiatava vapori, resine, balsami, essenze. Incontrò un uomo che pescava, cappello con visiera calcato in testa, occhiali scuri e una giacca mimetica carica di tasche di ogni misura. Al polso un orologio brillava come un piccolo occhio irritato.

Pag 80: Spesso vogliamo stare da soli, crediamo di poter resistere nella solitudine, ci inventiamo percorsi d’isolamento dal mondo per sfuggire alla miseria umana, che c’è, eccome se c’è, pensava; cerchiamo di convincerci che possiamo farcela da soli, ma è un’idea debole. Rimanere soli con se stessi è un’idea debole, crediamo di potercela cavare senza le persone, vicine o lontane che siano, magari ci mettiamo in testa che è l’unica idea possibile per salvarci dalla realtà. Non è così, senza gli esseri umani facciamo fatica a sopravvivere. Possiamo sentirci diversi dagli altri, magari migliori, ma senza gli esseri umani non c’è la minima speranza di sopravvivere, nessuna possibilità.

Pag 85: I pontili in legno, a quell’ora deserti, che come lingue si allungavano sui grossi pali di sostegno, tenevano legate a una corda leggera le barche che ondeggiavano pigramente come fidanzate tenute per mano, prigioniere di un passeggio al chiaro di luna. Fissati su lunghi pali che emergevano dalla superficie liquida, i lampioni diffondevano una luce gialla in tremula sospensione, mentre la scia dorata dell’ultima lama di sole si accovacciava sull’acqua, spegnendosi a poco a poco. Camminò lungo un pontile che portava verso il centro del lago, e alla fine fermò il passo sull’ultima tavola, balaustra verso altri orizzonti.

Pag 95: L’ombra di un albero si allungava a poco a poco fino ad arrivargli sui piedi nudi. Un grosso ramo sopra la testa lo invitava ad arrampicarsi. Con un pezzo di corteccia raschiò il fango del giorno prima disseccato sulle scarpe e in due minuti era in cima all’albero: il panorama lo lasciò senza fiato. Se alzava un braccio gli sembrava di aggrapparsi all’universo. Avrebbe voluto fermare una nuvola, salirci sopra e viaggiare in uno spazio libero, senza confini e senza frontiere, trasportando se stesso in vecchi luoghi da troppo tempo dimenticati, dove i fiumi e i mari uniscono anziché dividere.

Pag 99: Alle prime luci dell’alba fiutò l’attimo del risveglio e sentì subito nuove energie; la testa sgombra e riposata, ogni cellula del suo corpo aperta, come tanti fiori sul prato. La stella del mattino, fiammeggiante sul limite della notte, scomparve svuotandosi in un sonnacchioso barbaglio; una luna turca, nella sua fase crescente, già discendeva verso Nord e pendeva come un orecchino sul collo della montagna. L’odore dell’alba gli mise addosso un benessere fisico, il piacere di un corpo sano, il gusto di osservare, sentire, toccare.

Pag 100: Con gli occhi fissi sulle lingue del fuoco ascoltava l’anima riempirsi a poco a poco di quel mistero che gli eremiti cercano nei luoghi più deserti e isolati. Da qualche parte era nascosto, da qualche parte esisteva, da qualche parte si aspettava che gli parlasse. Forse era solo nostalgia, non di casa, dei figli, di una moglie, nostalgia di qualcosa di diverso, di un mondo che non c’è più, che è andato perduto per sempre e che non abbiamo mai avuto, e che tuttavia non può che mancarci.

Pag 104: Arrivarono le prime gocce, portate più dal vento che dalle nuvole. Sopra la sua testa il cielo era ancora parzialmente pulito, punteggiato da stelle che sembravano più luminose del solito, già lavate dalla pioggia; la luna saltava tra una nuvola e l’altra come una rana irrequieta, spandendo una luce senza profondità. Sarebbe durato poco, ancora qualche minuto e i fulmini come raspi d’uva, che vedeva più in là, sarebbero venuti a fargli visita spinti da un vento che soffiava verso di lui, umido e fresco. Un vento carico di un odore nuovo e pungente, che sapeva di lampo. Nell’aria il silenzio si faceva sentire, la temperatura scese.

Pag 105: Ripensava alle piante riflesse nello specchio del fiume, capovolte, e a se stesso che si guardava in quel cielo nell’acqua, muovendosi ed esitando tra il mondo di sopra e quello di sotto, senza sapere se appartenesse all’uno o all’altro.

Appoggiato al tronco di un albero, le gambe allungate verso il fuoco, le scarpe bagnate che si era tolto cominciarono a fumare sopra le pietre. Guardava le piante stordite dalla pioggia. Avrebbe voluto accanto a sé un’orchestrina zingara e perdersi fino all’alba in quella musica malinconica di violini e fisarmoniche, gioire delle loro danze stringendo il collo di una bottiglia. La libertà non basta viverla, bisogna anche sentirne la mancanza, averne nostalgia come se qualcuno te l’avesse portata via. Il mondo sarà salvato da poeti e ballerini.

Pag 108: Ogni respiro si confondeva con l’umidità del fiume, diventava tutt’uno con la pace e la solitudine, con l’aria che guidava i primi sonnacchiosi voli degli uccelli e degli insetti. La solitudine non è una brutta cosa, sono gli altri che la fanno apparire sgradevole.

Pag 117: Annusava il caldo vapore del latte che si spandeva nell’aria, un odore lento e genuino che lo riportava alla stalla di casa. Non poteva proprio mentire a uno così.

«Hai fame, vuoi un po’ di latte?»

«Volentieri, è da due settimane che mangio cibo in scatola.» Ne aveva bisogno soprattutto per sentirsi più vicino a casa, sentirne l’aria, con tutto quello che c’era dentro, bello o brutto che fosse.

Pag 122: Finito il discorso, il tono di voce di uno che non si aspetta più grandi cose dalla vita, incurante del tempo che gli scappa ogni giorno tra le dita, prese da una tasca un sacchetto con del tabacco e si arrotolò una sigaretta, in silenzio, come se non ci fosse nessuno lì davanti a lui e le cose da dire fossero esaurite, per sempre. Con la stessa calma scelse un rametto infuocato e si accese la sigaretta, sbuffando dalla bocca una nuvoletta di fumo grigio. Il vecchio cane lupo, appena sentì l’odore forte del tabacco si alzò sulle zampe e guardò il pastore come se stesse aspettando qualcosa.

Pag 123: Già, era domenica. Il tempo era volato alle sue spalle, in quelle due settimane aveva lavorato in silenzio e camminato muto accanto a lui. Da quando aveva perso l’ora digitale sul cellulare, il tempo aveva preso vita.

Pag 129: Lo scorrere del paesaggio lo penetrava nel corpo, a ogni passo gli schiariva la mente. I pensieri non desiderati se ne andavano e altri arrivavano lungo la strada, da soli, si adattavano al nuovo corso, come sassi sul letto di un fiume. Il sentire la vita accanto dipende molto dall’andatura, dal non avere fretta. Gli sembrava che qualcosa di nuovo, non sapeva esattamente cosa, stesse cominciando, o fosse già iniziato, forse nel momento in cui si era inoltrato nel bosco, allontanandosi dal fiume.

Ultima pagina: Solo ora lo colpì per la prima volta il pensiero di che cosa avrebbe detto sua moglie, nel ritrovarlo dopo due settimane, o che cosa avrebbe detto lui, sempre se ci fossero delle cose da dire. Aveva cercato piccole frasi, tenute in bocca e tastate tra i denti e la lingua, ma subito sentì che non erano le parole che gli occorrevano in quel momento. (……) E la sorpresa era lì, lo aspettava paziente al di là di quella porta, imprevedibile, imponderabile come tutte le sorprese. Piegò un po’ la testa verso l’interno, in ascolto, pensando solo ora a cosa le avrebbe detto. Sentì i suoi passi, dopo che lei…… 

Il cielo nell’acqua, ed. del Gattaccio

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