da Tanto per rimanere uguali

tantop45Guardavo l’orologio e vedevo avvicinarsi sempre più l’ora fatidica, l’ora della verità, l’ora del sogno trasformato in realtà. La lancetta dei minuti del grande orologio appeso al muro avanzava molto lentamente e con passo pesante, un passo che lasciava alle sue spalle un’orma da seguire per raggiungere una nuova esistenza, una nuova vita, dopo che aveva fatto terra bruciata sul suo cammino. Era come capovolgere una clessidra, lo stesso vetro, la stessa sabbia, ma il tempo scorreva al contrario. Il frastuono proveniente dalla strada dava la sensazione che anche il traffico si fosse appesantito, avesse rallentato la sua corsa, si fosse come sospeso. Finalmente avrei assaporato la gioia di rialzarmi in piedi, finalmente avrei visto l’incubo che tormentava le mie notti sgretolarsi alle mie spalle. Come mi aveva garantito il Professore, avrei sicuramente recuperato…

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…………………… Tredici anni prima, quando militavo nel movimento di contestazione che infuriava negli anni 70, fui anch’io travolto da quella crisi di identità che soffiava sulle piazze e sulle umide pareti di un qualche scantinato. Il vento di rivolta di allora lastricò le strade di parecchie vittime e lo stato repressivo ebbe al solito la meglio sulle masse degli studenti e dei lavoratori. Nella circostanza attuale, invece, bastò il fiato di un infermiere a rendermi la vita difficile. Quando il camice bianco mi chiamò PARAPLEGICO, un pallore spettrale sostituì il mio colorito naturale. Dopo ventotto anni di vita, ebbi per la prima volta la più vera, clamorosa, stridente, sofferta perdita d’identità che la mia esistenza ricordi……..forconi…..

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…………………………………………………………………………………………………………… Era una tiepida mattina di ottobre quando arrivai nel piccolo ospedale vicino a Modena. Una mattina tipicamente autunnale, ma rallegrata piacevolmente dalle tortorelle che svolazzavano tra gli alberi dei viali. Ebbi istintivamente un moto di simpatia per quel posto e per le persone che vi ci abitavano. Quell’aria che si respirava e quei colori così piatti, uniformi, quasi liquefatti, avevano un che di familiare. Quell’atmosfera così tipicamente provinciale, paesana, quella gente che si ritrova nell’unico bar del centro per giocare a carte o per discutere di calcio, quelle tante signore che passano in bicicletta con la borsa della spesa appesa al manubrio, le strade diritte e piane, spalleggiate da tante singole abitazioni, gli orizzonti piatti, lineari, inesistenti. Tutto mi riportava nei posti in cui sono cresciuto, in cui ho vissuto una ventina d’anni della mia vita……………………..

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………………………………………………………………………………………………………………………..padana

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