da “Le uova degli angeli”

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Io i miei jeans li ho ereditati dai miei fratelli maggiori; andavo in giro invariabilmente con una giacchetta militare, quelle fatte uscire dalla base yankee di Aviano, spogliate dei gradi e di quei J.Thompson o C.O’Brien che tanto puzzavano d’imperialismo. Mia madre ogni tanto faceva finta di sgridarmi, per abitudine più che altro, altre volte piangeva, per ricavarci qualcosa, si piange per un sacco di cose al mondo, ognuno ha le sue ragioni, tutte le madri si lamentano dei propri figli, non sono mai pienamente soddisfatte, li vorrebbero perfetti, come non lo sono state loro o il marito che si sono trovate, di me poi sbuffava tutti i giorni, per via di come andavo conciato in giro, ma si vedeva che con cinque maschi in casa, uno che non le desse da stirare le camicie non era poi così male…………………

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jeans 1Qui invece, in questo mondo così lontano dal mio, sembrava che i capelli corti non fossero un gran problema, al contrario, visto che tutti erano in quel modo, probabilmente doveva trattarsi di una cosa che aveva a che fare con la moda, una moda di sani ragazzotti senza neanche un capello fuori posto, un ciuffo ribelle, niente, così come quella danza paralitica o quei jeans a tubo anziché a zampa d’elefante com’erano invece i nostri, quelli della mia tribù. A una prima occhiata non mi sembravano esattamente i tipi su cui confidare per gettare le basi e creare un mondo migliore. Li guardavo con curiosità come se fossi alla zoo, animali strani, ma anche con un po’ d’invidia per via di quella sorta di felicità impagliata che esprimevano le loro facce, una felicità giusta dentro una società giusta, meritata dopo una settimana di onesto lavoro in fabbrica o in ufficio o in buchi del genere, insomma, una felicità da timbro postale………………………………………

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anni 70 indiani metropolitani Sicché tornando al mio primo incontro con Ombra Rossa, me ne andai mogio mogio e un po’ deluso di me stesso per non essere stato in grado di ribattere il colpo. Tra me e me pensai che ero ancora piccolo, il tempo per crescere non mi mancava, ci saremo incontrati più avanti, ne ero sicuro, non ero il tipo da lasciare in sospeso certe faccende.

Non feci in tempo a fare una decina di metri. Una mano femminile mi si posò sulla spalla, mi girai e vidi il viso raggiante di quella ragazzina del picchetto, con il basco blu in testa, una faccia che irradiava gioia di vivere da tutti i pori, uno sguardo con un guizzo di speranza da resuscitare un morto; l’aria dura e sovietica da guardia del corpo della Rivoluzione era svanita, non più tavarish, al suo posto s’era piantato un sorriso miracolato che insieme a quelle due tettine sparate all’insù non era niente male, bisognava riconoscerlo.

“Dove stai andando?” mi disse con una voce flautata.

“E‘ buffo il berrettino che hai in testa, le risposi, chi te l’ha portato, la Befana?” e me ne andai soddisfatto per i cavoli miei. Ero fatto così, c’è poco d’aggiungere.

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  1. Amelio

    Complimenti per l’articolo. Molto interessante. Continuate così, io sono un assiduo lettore!

  2. silva

    Ho letto Le uova degli angeli, l’ho aperto e divorato. Il piacere di una lettura intensa e profonda, ricca di immagini e ricordi in cui mi sono rivista. Commozione e tante sane risate per quella bella ironia che fa da sfondo e riesce ad alleggerire la sofferenza di alcuni momenti drammatici. Mi è piaciuto tanto il modo di scrivere, genuino, anarchico, semplice e diretto. Grazie per avermi riportato indietro nel tempo, a quegli anni ’70, pazzeschi, con la voglia di stare insieme, sogni di libertà e tanto desiderio di cambiamento vero! Sono sicura che sarà una buona lettura anche per quei giovani curiosi di saperne di più di quel “buco nero” che hanno poi chiamato Anni di Piombo, cercando di cancellare e disinnescare un processo di critica costruttiva unico nella storia!
    grazie ancora, Silva

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