Il cielo nell’acqua

“La cultura non è soltanto quella che viene macinata e depositata dai libri. La cultura, è stato detto, è quel che resta quando tutto è stato dimenticato.” (Giovanni Macchia)

IL CIELO NELL’ACQUA è un romanzo di un viaggio a piedi che apre sentieri verdi nella mente e lascia respirare i nostri pensieri a pieni polmoni. Un viaggio improvviso dove si ha la netta percezione di far parte d’un insieme immenso, che ci attrae e ci fa paura al tempo stesso, e dove l’imprevisto ci ricorda che la vita è molto più importante dei nostri programmi.

Il cielo nell’acqua, ed. del Gattaccio su negozi e piattaforme web come Ibs, Amazon, Feltrinelli, Libreria Universitaria e altri;

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Il cielo nell’acqua, di Toni Carli (ed. del Gattaccio 2017)

Incipit: Quel giorno si svegliò con la voglia di farsi un giro in città. Alle sette del mattino, anticipando di un secondo la suoneria della sveglia, e chiedendosi a cosa gli servisse metterla tutte le sere, si alzò dal letto e a grandi passi puntò la porta del bagno.

Pag 15: Il cielo diventava una tela di colori diffusi, caldi e immobili, increspata solo dal canto degli uccelli, e dovunque i fiori si chiudevano e dormivano sognanti in attesa di un nuovo giorno. Riusciva a sentire l’odore del fiume che scorreva lì vicino, un fiume non molto largo, circa una dozzina di metri o poco più.

Pag 19: Se gli andava, qualche volta le tagliava un po’ di trifoglio, lo faceva appassire per una notte e poi glielo allungava in un cesto, per attrarla allo steccato. Così le si avvicinava, parlandole, sforzandosi di dirle che alla fine la vita degli animali non è poi così tanto brutta. Lei lo ascoltava con pazienza, con quegli occhi da bramino, placidi e umidi globi privi di pupilla. Quando le toglieva il cesto da sotto il naso, il muso ciondolante continuava a masticare sprofondato nella sorpresa. A prima vista poteva sembrare una bella mucca, ancora in salute. Bisognava guardarla per bene per capire che di latte se ne mungeva ben poco. Ogni tanto si spostava, sbuffando; lui la osservava, si vedeva rispecchiato in quell’enorme sguardo indolente; sembrava un bambino che guarda un pesciolino nella boccia. Si fanno compagnia.

Pag 29: Il sole del mattino diffondeva una luce calda e l’acqua brillava di riflessi argentati, un firmamento di stelle scintillanti, i pesci guizzavano e il canneto ondeggiava al vento. L’uomo aveva capito. Si tuffò e sparì sott’acqua. Forse per sempre, ma questo la canzone non lo dice.

Pag 41: Il vagare dei ricordi si arrestò esattamente nel momento in cui vide due miseri alberi alleggeriti dai primi germogli. Due alberi solitari che piantonavano un largo cancello in ferro e davano un vago senso di allegria. Su queste strade grigie, riempite di macchine e di rumori, la primavera si aggrappa come può ai rami di questi alberi sopravvissuti, come un bel regalo, una tristezza buona. E poi c’era il bimbetto, il gelato in una mano e l’altra a tirargli il giaccone.

Pag 55: La giornata era stata intensa, straordinaria, e tutto doveva ancora iniziare. Il tempo per organizzarsi era stato poco, meno di poco; ma forse i viaggi che riescono meglio sono proprio quelli che non si fa in tempo a preparare, quelli che s’improvvisano lasciando a casa la zavorra delle solite cose, di inutili bagagli.

Pag 56: Lo fissò ben bene nella memoria e infine girò la testa in tutte le direzioni. Diede un’ultima occhiata alla mappa, non tanto per orientarsi, ma per immaginare il viaggio prima del distacco. Le mappe a quello servono, a sognare alla vigilia di una partenza.

Per la prima volta si accorse dello zaino che portava sulle spalle, non un gran peso, ma un peso diverso. Lì cominciava la sua avventura, il suo viaggio, senza un’idea chiara degli ostacoli e di un percorso, un salto nel vuoto con annessi imprevisti. La libertà è non sapere cosa accadrà domani.

Pag 63: Se ne stava con lo sguardo all’insù, semplicemente guardando il cielo, la sua infinita estensione. Ascoltava il vuoto intorno, riempito da voci invisibili, suoni misteriosi, antichi. Nel nostro mondo pieno di rumori se ne sono perse le tracce, e di quante voci può avere il silenzio abbiamo perso il conto.

Pag 66: Nuvoloni grigi, veloci davanti al vento, si sfaldavano srotolandosi sopra la sua testa; allontanandosi, prendevano una sfumatura color lavanda, scintillanti lungo gli orli, rendendo più luminosi i brandelli di cielo azzurro, laghi in mezzo a un bosco. Non appena vide il cielo ripulirsi e l’azzurro farsi lentamente largo tra gli ultimi rimasugli di nuvole, rimise tutto a posto e riprese il cammino. Il bosco sfiatava vapori, resine, balsami, essenze. Incontrò un uomo che pescava, cappello con visiera calcato in testa, occhiali scuri e una giacca mimetica carica di tasche di ogni misura. Al polso un orologio brillava come un piccolo occhio irritato.

Pag 80: Spesso vogliamo stare da soli, crediamo di poter resistere nella solitudine, ci inventiamo percorsi d’isolamento dal mondo per sfuggire alla miseria umana, che c’è, eccome se c’è, pensava; cerchiamo di convincerci che possiamo farcela da soli, ma è un’idea debole. Rimanere soli con se stessi è un’idea debole, crediamo di potercela cavare senza le persone, vicine o lontane che siano, magari ci mettiamo in testa che è l’unica idea possibile per salvarci dalla realtà. Non è così, senza gli esseri umani facciamo fatica a sopravvivere. Possiamo sentirci diversi dagli altri, magari migliori, ma senza gli esseri umani non c’è la minima speranza di sopravvivere, nessuna possibilità.

Pag 85: I pontili in legno, a quell’ora deserti, che come lingue si allungavano sui grossi pali di sostegno, tenevano legate a una corda leggera le barche che ondeggiavano pigramente come fidanzate tenute per mano, prigioniere di un passeggio al chiaro di luna. Fissati su lunghi pali che emergevano dalla superficie liquida, i lampioni diffondevano una luce gialla in tremula sospensione, mentre la scia dorata dell’ultima lama di sole si accovacciava sull’acqua, spegnendosi a poco a poco. Camminò lungo un pontile che portava verso il centro del lago, e alla fine fermò il passo sull’ultima tavola, balaustra verso altri orizzonti.

Pag 95: L’ombra di un albero si allungava a poco a poco fino ad arrivargli sui piedi nudi. Un grosso ramo sopra la testa lo invitava ad arrampicarsi. Con un pezzo di corteccia raschiò il fango del giorno prima disseccato sulle scarpe e in due minuti era in cima all’albero: il panorama lo lasciò senza fiato. Se alzava un braccio gli sembrava di aggrapparsi all’universo. Avrebbe voluto fermare una nuvola, salirci sopra e viaggiare in uno spazio libero, senza confini e senza frontiere, trasportando se stesso in vecchi luoghi da troppo tempo dimenticati, dove i fiumi e i mari uniscono anziché dividere.

Pag 99: Alle prime luci dell’alba fiutò l’attimo del risveglio e sentì subito nuove energie; la testa sgombra e riposata, ogni cellula del suo corpo aperta, come tanti fiori sul prato. La stella del mattino, fiammeggiante sul limite della notte, scomparve svuotandosi in un sonnacchioso barbaglio; una luna turca, nella sua fase crescente, già discendeva verso Nord e pendeva come un orecchino sul collo della montagna. L’odore dell’alba gli mise addosso un benessere fisico, il piacere di un corpo sano, il gusto di osservare, sentire, toccare.

Pag 100: Con gli occhi fissi sulle lingue del fuoco ascoltava l’anima riempirsi a poco a poco di quel mistero che gli eremiti cercano nei luoghi più deserti e isolati. Da qualche parte era nascosto, da qualche parte esisteva, da qualche parte si aspettava che gli parlasse. Forse era solo nostalgia, non di casa, dei figli, di una moglie, nostalgia di qualcosa di diverso, di un mondo che non c’è più, che è andato perduto per sempre e che non abbiamo mai avuto, e che tuttavia non può che mancarci.

Pag 104: Arrivarono le prime gocce, portate più dal vento che dalle nuvole. Sopra la sua testa il cielo era ancora parzialmente pulito, punteggiato da stelle che sembravano più luminose del solito, già lavate dalla pioggia; la luna saltava tra una nuvola e l’altra come una rana irrequieta, spandendo una luce senza profondità. Sarebbe durato poco, ancora qualche minuto e i fulmini come raspi d’uva, che vedeva più in là, sarebbero venuti a fargli visita spinti da un vento che soffiava verso di lui, umido e fresco. Un vento carico di un odore nuovo e pungente, che sapeva di lampo. Nell’aria il silenzio si faceva sentire, la temperatura scese.

Pag 105: Ripensava alle piante riflesse nello specchio del fiume, capovolte, e a se stesso che si guardava in quel cielo nell’acqua, muovendosi ed esitando tra il mondo di sopra e quello di sotto, senza sapere se appartenesse all’uno o all’altro.

Appoggiato al tronco di un albero, le gambe allungate verso il fuoco, le scarpe bagnate che si era tolto cominciarono a fumare sopra le pietre. Guardava le piante stordite dalla pioggia. Avrebbe voluto accanto a sé un’orchestrina zingara e perdersi fino all’alba in quella musica malinconica di violini e fisarmoniche, gioire delle loro danze stringendo il collo di una bottiglia. La libertà non basta viverla, bisogna anche sentirne la mancanza, averne nostalgia come se qualcuno te l’avesse portata via. Il mondo sarà salvato da poeti e ballerini.

Pag 108: Ogni respiro si confondeva con l’umidità del fiume, diventava tutt’uno con la pace e la solitudine, con l’aria che guidava i primi sonnacchiosi voli degli uccelli e degli insetti. La solitudine non è una brutta cosa, sono gli altri che la fanno apparire sgradevole.

Pag 117: Annusava il caldo vapore del latte che si spandeva nell’aria, un odore lento e genuino che lo riportava alla stalla di casa. Non poteva proprio mentire a uno così.

«Hai fame, vuoi un po’ di latte?»

«Volentieri, è da due settimane che mangio cibo in scatola.» Ne aveva bisogno soprattutto per sentirsi più vicino a casa, sentirne l’aria, con tutto quello che c’era dentro, bello o brutto che fosse.

Pag 122: Finito il discorso, il tono di voce di uno che non si aspetta più grandi cose dalla vita, incurante del tempo che gli scappa ogni giorno tra le dita, prese da una tasca un sacchetto con del tabacco e si arrotolò una sigaretta, in silenzio, come se non ci fosse nessuno lì davanti a lui e le cose da dire fossero esaurite, per sempre. Con la stessa calma scelse un rametto infuocato e si accese la sigaretta, sbuffando dalla bocca una nuvoletta di fumo grigio. Il vecchio cane lupo, appena sentì l’odore forte del tabacco si alzò sulle zampe e guardò il pastore come se stesse aspettando qualcosa.

Pag 123: Già, era domenica. Il tempo era volato alle sue spalle, in quelle due settimane aveva lavorato in silenzio e camminato muto accanto a lui. Da quando aveva perso l’ora digitale sul cellulare, il tempo aveva preso vita.

Pag 129: Lo scorrere del paesaggio lo penetrava nel corpo, a ogni passo gli schiariva la mente. I pensieri non desiderati se ne andavano e altri arrivavano lungo la strada, da soli, si adattavano al nuovo corso, come sassi sul letto di un fiume. Il sentire la vita accanto dipende molto dall’andatura, dal non avere fretta. Gli sembrava che qualcosa di nuovo, non sapeva esattamente cosa, stesse cominciando, o fosse già iniziato, forse nel momento in cui si era inoltrato nel bosco, allontanandosi dal fiume.

Ultima pagina: Solo ora lo colpì per la prima volta il pensiero di che cosa avrebbe detto sua moglie, nel ritrovarlo dopo due settimane, o che cosa avrebbe detto lui, sempre se ci fossero delle cose da dire. Aveva cercato piccole frasi, tenute in bocca e tastate tra i denti e la lingua, ma subito sentì che non erano le parole che gli occorrevano in quel momento. (……) E la sorpresa era lì, lo aspettava paziente al di là di quella porta, imprevedibile, imponderabile come tutte le sorprese. Piegò un po’ la testa verso l’interno, in ascolto, pensando solo ora a cosa le avrebbe detto. Sentì i suoi passi, dopo che lei…… 

Il cielo nell’acqua, ed. del Gattaccio

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Il cielo nell’acqua, di Toni Carli (ed. del Gattaccio, 2017)

Alla fine della strada arrivò sopra un ponte che attraversava una corrente densa e schiumosa; scorreva lenta, con un mormorio monotono e piatto. Una striscia bavosa, di un giallo stagnante come la muta di un serpente, si stendeva lungo gli argini, tenendo a galla bottiglie e buste di plastica, torbidi detriti e grumi purulenti e marci come pustole. Più in là un gruppo di salici, fontane interrotte per sempre, scolpivano il pianto e il dolore di quel fiume, una desolazione piena della voce sterile di un’acqua lamentosa. Piegate sul pelo dell’acqua le fronde dei rami creavano giochi di vortici e mulinelli; per un breve attimo scorrevano lungo la superficie, fugaci, evanescenti, come se qualcosa dal fondo volesse emergere per un momento senza riuscirci. Lungo la riva di quel gonfiore intestinale alcuni topi passeggiavano indisturbati, padroni di casa. La corrente si portava dietro uno strano silenzio, col suo passo da funerale, senza canto, lontano dagli occhi degli uomini; un’acqua infelice, silenziosa, sorda, le corde vocali recise, un silenzio abitato dalla vergogna di ammettere che poco o niente era stato fatto per impedire questo disastro epocale.

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Finiranno i giorni della merla?

Risultati immagini per Stock photographyCome non tutti sanno i giorni della merla sono i giorni più freddi dell’anno o perlomeno lo dovrebbero essere, visto che si parla degli ultimi giorni di gennaio. “Canta il merlo, l’inverno è finito, ti saluto padrone: trovo un altro tetto”. 

I primi segnali di un concreto allontanamento dalla fredda società economica ci sono tutti. Il numero di persone che hanno cominciato a sottrarsi allo stile di vita consumistico è in aumento. I segnali, in continua crescita, arrivano soprattutto dai giovani che, giocoforza, si devono inventare un futuro. Sono segnali confortanti perché vuol dire che le maglie del sistema economico non sono più così fitte da non riuscire, volendolo, a scappar fuori. E se anche non dovessero contribuire al Pil nazionale, queste persone, che sfuggono alle fredde indagini statistiche, hanno il privilegio di non dare ossigeno alle attività umane responsabili del degrado umanitario e ambientale che stanno consumando e avvilendo la nostra Terra. Il pensiero globale è pura astrazione e presunzione, un modo scientifico per non svegliarci dal sonno ipnotico indotto dal potente sistema delle multinazionali. Se vogliamo invertire la rotta, dobbiamo farlo con l’immaginazione e rendendo la vita locale più indipendente e autonoma, e farlo nel modo più adeguato possibile, nella solidarietà e accettazione. Gandhi lo diceva negli anni ’30: “Se produzione e consumo si attestassero entrambe a livello locale, la tentazione di accelerare la produzione indefinitamente e a qualsiasi prezzo scomparirebbe…”.

Non se ne può più di un sistema che influenza l’individuo, dobbiamo fare in modo che accada l’opposto. Tornare alla terra e all’artigianato non significa regredire, significa ritrovare uno stile di vita non più riconducibile alla busta paga.

 

strade nuove

 Spesso crediamo che possiamo farcela anche senza gli amici, a far a meno degli altri; ci barrichiamo dentro le nostre fortezze e alziamo muri per sentirci più sicuri. In realtà stiamo costruendo una prigione perché l’uomo forte, sicuro di sé, è un povero illuso che non sa che la vita sta da un’altra parte. E’ un uomo che sta sprecando i migliori anni della sua vita, del suo tempo, in cerca di certezze e superbie e ragioni che sono ridicole maschere della miseria umana. Il viaggio alla ricerca di noi stessi inizia quando impareremo a spogliarci delle troppe difese che abbiamo costruito tra noi e gli altri e tra noi e ciò che ci circonda. Un viaggio che non finisce mai. E’ inutile alzare muri, torri, scavare fossati, tracciare recinti, confini, non serve a niente, non ci proteggeranno mai da noi stessi, e non fanno che ingannare gli altri e alla fine noi stessi. E’ fin troppo evidente che portare avanti il mito dell’uomo forte, sicuro di sé, delle sue capacità e volontà, non ha fatto altro che creare un forte squilibrio tra uomo e natura. Alla fine non vi è niente di più inadeguato e di più misero di una supremazia di un uomo su un altro, di un uomo sulla natura.

Accettare di essere poca cosa davanti alla vita, di essere vulnerabili,  fragili, provare a camminare nel profondo universo dell’anima, dove crescono i fiori della curiosità e dello stupore, ci apre porte di orizzonti nuovi e ci conduce con serenità in un ricco viaggio all’interno di noi stessi e, con un po’ di fortuna, anche all’interno degli altri.

 

La Rosa (una breve favola di una bimba di prima elementare… del 1973!)

<La Rosa era felice. Andava d’accordo con gli altri fiori.

Un giorno, la Rosa si sentì appassita e stava per morire.

Vide un fiore di carta e gli disse: “Che bella rosa sei!”

“Ma io sono un fiore di carta.”

“Ma sai che sto per morire?”. La Rosa ormai era morta e non parlò più.>

Monica Favaretto, Trieste

Si è fedeli alle lacrime delle cose vive se si ascolta il loro pianto,

il loro desiderio di durare un po’ di più, almeno come le cose finte. (C.Magris, Danubio)

pan e vin non ti mancava, e l’insalata era nell’orto

La parola crisi serve a spaventare la gente. E’ una parola mediatica adottata dai poteri finanziari per metterci paura; la sentiamo da sempre, dal giorno in cui siamo nati. Il giochino l’abbiamo oramai imparato: la paura serve a non mettere in discussione il Sistema. Non bisogna abbassare la guardia. Quindi, se vogliamo vivere meglio, la cosa da fare è prendere le distanze da un mercato che induce a consumare secondo la sua dinamica, cioè quella del più bieco profitto, quello che non esita di fronte a nulla, né alla nostra salute, tanto meno alla salvaguardia dell’ambiente; anzi, si nutre proprio delle macerie che lascia per strada. Altro non ci resta che recuperare terreno, un minimo d’indipendenza da un sistema che ha mercificato anche i sassi. Non abbiamo bisogno di loro, sono loro ad avere bisogno di noi. Noi però dobbiamo fare un piccolo sforzo per uscirne, uno sforzo che allontana quella paura che vibra nell’aria ogni volta che sentiamo la parola crisi. Se usciamo dal sistema, in crisi ci resta chi è dentro.

Voltare le spalle a questo mondo d’affari e di coercizione non può che fare bene, e chi lo fa avrà davanti una grande opportunità. Un’opportunità che ci fa vivere meglio. Il pane e vino non mancherà.

orti

La vita umana tollera un solo errore.

Ne basta uno per cancellare un’intera esistenza.

Se ne commette uno, e si porta la croce per il resto dei propri giorni.

Un errore è come un suicidio diluito nel tempo invece che concentrato in una volta.

R. Kapuscinskibambini-ecologia2-1-620x420

L’uomo che non rispetta la Natura, non rispetta se stesso

spigheCon l’arrogante convinzione di essere una specie superiore a tutte le altre, l’uomo ha distrutto sistemi e altri organismi viventi in modo irreparabile, ha disobbedito alle leggi della Natura rovinando interi habitat nel nome del progresso e del benessere economico. Il rispetto della Natura che avevano i popoli antichi, che consideravano la terra un dono degli dei, e che ringraziavano tutti i giorni per il cibo fornito, è stato ferito gravemente da un tipo di agricoltura, e di allevamento, che mira a ottenere massimi profitti attraverso lo sfruttamento, con il conseguente impoverimento della terra e dei prodotti ricavati. I tempi della Natura, basilari per una crescita sana ed equilibrata, non esistono più. Anche la nostra esistenza, se così la possiamo chiamare, è oramai sincronizzata con orari e scadenze, appuntamenti e controlli, impegni e tabelle di marcia; acceleriamo i ritmi naturali per ottenere le cose più in fretta, per ottenere tutto subito, e se ci fermiamo ci vengono pure i sensi di colpa.

Dietro casa mia, in un terreno lasciato incolto da oramai trentanni, la perfetta armonia della crescita delle piante e dei cespugli è ammirevole: gli alberi sono cresciuti in modo da non arrecare danno gli uni agli altri, e le piante più deboli sembrano ricevere una sorta di protezione da quelle più adulte. In un orto naturale, cioè non stravolto nei suoi assetti e ritmi naturali, accade la stessa cosa, e la differenza di sapore e di colore del raccolto è notevole.

La Natura è maestra di vita, e noi la calpestiamo tutti i giorni, senza tregua e senza respiro. Fermiamoci!

t.c.

Noi avevamo visto giusto.

anni-70  Per noi il Capitalismo non andava curato, andava ucciso, come la peste.

Mi guardai in giro, per scrupolo più che altro, visto che non si vedeva un accidente a un palmo dal naso, e diedi libero sfogo alla mia vena artistica. Prima con uno straccio e poi con la sciarpa asciugai una superficie sul lato della cabina di guida, feci alcuni passi indietro e guardai in faccia quel mostro di latta, simbolo di un mondo contadino che non c’è più, di un mondo delle macchine che avanza senza scrupoli. Pensavo a Pasolini e alle sue poesie giovanili, a l’odòur che la ploja a suspira tai pras di erba viva, pensavo alla rovina di un Capitalismo oramai lanciato a mille, una bestia sempre più ingorda, che mangia di più di quello che può digerire. La sua sofferenza è il conto che ci presenta, con un grazie per il cumulo di macerie che ci lascia e che viene chiamato progresso. La nebbia mette tristezza, se non depressione.

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